Un guerriero tra i guerrieri

Quanto si può amare uno sport? Quanto si è disposti a sacrificare per praticarne uno? Ecco, pensate a cosa sareste disposti a sacrificare e poi moltiplicatelo per mille più e più volte, non vi avvicinerete mai alla storia di Alejandro Baruch e dei Guerreros Aztecas.

Iztapalapa è un quartiere di Città del Messico, per essere precisi una Delegazione, dove vivono quasi 2 milioni di abitanti. Cresciuto negli anni Settanta, lì dove una volta c’erano solo fossi e campi, è diventata la residenza della classe impiegatizia, pendolari che ogni giorno si spostano in altre zone della città per lavorare. Qui molti sono tifosi del Cruz Azul, fondato nel 1927.

Ma dal luglio del 2013 c’è un’altra squadra che anima il quartiere: i Guerreros Aztecas, la prima squadra di Città del Messico che gioca a calcio con le stampelle. Ogni calciatore ha la sua storia e più di un motivo per vestire quella maglia bianca, rifinita con il verde e con il rosso. C’è Victor Hugo che guidava gli autobus ma poi ha avuto un incidente, in ospedale hanno tentato di salvargli la gamba ma alla fine hanno dovuto amputargliela. Oggi sogna di diventare il David Guetta messicano. Royer ha perso la sua per salvare una ragazza che rischiava di finire sotto un treno. L’handicap l’ha portato sulla cattiva strada fino a che non ha trovato i Guerreros Aztecas. La prima cosa che ha imparato è la disciplina e nel frattempo è tornato a scuola, doveva perdere una parte di sé per annullarsi e ritrovarsi ancora una volta. Martin è il portiere della squadra, prima faceva l’idraulico, ma una malattia al sistema nervoso l’ha costretto a farsi amputare un braccio. Vive di elemosina alla Estacion del Norte nel quartiere Del Valle, dove abita la classe media di Città del Messico. Per lui la squadra è la famiglia e la terapia per i problemi e le frustrazioni di tutti i giorni. Calciatori preferiti? Hugo Sanchez e Alejandro Baruch.

Alejandro era un giocatore molto promettente e forse un giorno avrebbe potuto vestire anche la maglia del Cruz Azul, ma a 15 anni un tumore maligno gli ha portato via la gamba sinistra e la voglia di vivere. È stato un anno a dormire e senza vedere nessuno, era depresso. È stata la mamma, Rosa Margarita, a trovare su Facebook i Guerreros Aztecas e li ha contattati telefonicamente. Su 23 giocatori Alejandro era il più giovane: «È difficile spiegare cosa provo – diceva – con le stampelle si è meno veloci, ma per il resto è tutto uguale, soprattutto le sensazioni. Ho imparato a muovermi senza dolore, perché il dolore è mentale non fisico». Con il suo modo di fare ha conquistato tutti, soprattutto il rispetto dei compagni di squadra che lo adoravano e che per un periodo troppo breve hanno fatto con lui un tratto di strada nel percorso della vita.

Nel dicembre scorso in Messico, a Culiacan nello stato di Sinaloa, si sono disputati i Mondiali di calcio con le stampelle, vinti dalla Russia che in finale ha battuto l’Angola per 3-1. I padroni di casa hanno convocato quattro giocatori dei Guerreros Aztecas, ma non Alejandro. Una recidiva ne aveva interrotto l’attività fisica e lo scorso 17 luglio, quando ha festeggiato i 18 anni, tutti i ragazzi della squadra sono andati a trovarlo. Lui nel frattempo si era fatto dei tatuaggi, il nome della madre e sul petto un diamante con sopra il suo di nome e la frase di una canzone di Justin Bieber che recita più o meno così: «Ti amo e tutto andrà per il meglio». Solo una frase perché Alejandro odiava tutte le canzoni di Bieber. I compagni si erano resi conto che Baruch stava giocando la partita della vita, ma sono riusciti a fargli passare una giornata indimenticabile, travolgendolo di affetto, e per quanto ognuno portasse la propria zavorra di delusioni, quello che stava passando Alejandro era sopra ogni loro peggiore immaginazione.

A gennaio è partito il primo campionato messicano di calcio con le stampelle, al quale si sono iscritte 13 squadre, l’inizio di un percorso che in America Latina molti Paesi hanno già sperimentato con successo. Anche perché non è solamente un problema sportivo ma pure sociale. A Città del Messico i disabili sono discriminati, ogni anno 1.500 di loro perdono il lavoro e solo il 25% studia o lavora in età adulta. Il futbol quindi non è solo un modo per passare del tempo, ma per ritrovare autostima, per potersi guardare ancora una volta allo specchio, per imparare a lottare con le stampelle, dentro e fuori del campo. Il calcio diventa così uno strumento per riappropriarsi di un ruolo sociale che la disabilità pareva aver dissolto, come dimostrano le storie dei calciatori dei Guerreros Aztecas.

Alejandro Baruch è morto il 5 ottobre del 2014 e il Messico è stato eliminato ai quarti di finale dall’Argentina. Royer lo ricorda così: «Sarai sempre un guerriero, ovunque tu sia».

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