Il maresciallo antidoping

Renzo Ferrante

Depenalizziamo il doping, no azzeriamo i record. Questo è, più o meno, il tono delle conversazioni che si sentono intorno a uno dei fenomeni peggiori che infettano e infangano lo sport professionista, nonché amatoriale, italiano e internazionale. E non parliamo solamente di alterazione dei risultati e delle competizioni sportive, ma anche di salute, fisica e, alla lunga, mentale di chi fa uso di sostanze dopanti. Una lotta difficile, a volte impari, perché i cattivi maestri del doping, le loro ricerche e i loro sotterfugi sembrano stare sempre un passo avanti chi cerca di fermarli e bandirli per sempre dal mondo sportivo.

In Italia è entrato in fase esecutiva l’accordo tra Arma dei Carabinieri e Coni che ha dato vita alla NADO (National Anti-Doping Organisation) italiana su protocolli WADA, l’agenzia mondiale antidoping: «I Nas – ha dichiarato in quell’occasione Tullio Del Sette, Generale Comandante dei Carabinieri –, insieme alle sezione antidoping del Coni, lavoreranno per prevenire e reprimere il malaffare. Non solo a livello agonistico ma anche amatoriale. I controlli saranno effettuati nell’ambito di un ampio monitoraggio, in base ai dettami della WADA». I Nas, che dipendono dal ministero della Salute, sono la prima forza di polizia ad aver stretto una collaborazione stile Interpol con l’agenzia.

Renzo Ferrante, classe 1969, è nativo di Montevarchi. Nell’Arma dal 1987, dopo la Scuola Sottufficiali ha prestato servizio in Piemonte fino al ’94 allorché approda ai Nas, prima a Bologna e dal 2000 a Firenze; dal 2011 nel gruppo di lavoro WADA che è stato propedeutico all’accordo: «Per combattere il fenomeno serve una sinergia internazionale più efficace possibile. In Italia esisteva già la legge 401 dell’89 sulla frode sportiva, ma servono mezzi per indurre gli altri stati a dotarsi di simili strumenti legislativi», afferma Ferrante. Si tratta di mettere insieme il know-how di entrambe le parti in modo che le conoscenze dell’agenzia possano aiutare le investigazioni e queste possano, a loro volta, mandare un feedback alla stessa in termini di nuove sostanze da inserire nella lista dei proibiti.

«Un esempio di questa cooperazione è stata l’operazione Underground che nel 2015 ha colpito a livello mondiale centinaia di laboratori clandestini per la produzione di anabolizzanti – ricorda il Luogotenente –, la quale ha coinvolto 27 Paesi, guidata dalla Dea statunitense e coordinata dall’Europol», una lotta senza quartiere contro metodi sempre più sofisticati in grado d’ingannare i controlli e di rendere difficile l’attività investigativa, quando spesso proprio da questa possono arrivare dritte per gli scienziati capaci di studiare le contromisure. Come quando, alcuni anni fa, fu scoperto un anoressizzante durante un’inchiesta che poi è stato inserito nelle liste WADA. La differenza la fanno poi le leggi dei singoli stati, in Italia, per esempio, il doping è sia illecito sportivo che reato penale grazie alla legge 376 del 2000.

Pure in Francia lo è, in Spagna da poco, così come lo sta diventando in Germania: «Vediamo che l’orientamento attuale – sottolinea Renzo Ferrante – si avvicina di più alla legge italiana, anche se ci sono correnti di pensiero contrastanti. Si dice: non si punisce penalmente chi assume stupefacenti lo si fa contro chi assume sostanze dopanti. Entrambi danneggiano la propria salute, ma nel secondo caso si cerca di tutelare l’etica sportiva e la regolarità delle gare insieme. In Svizzera alcuni giuristi tedeschi avevano messo in dubbio questo punto di vista, gli ricordai che come nelle combine il doping altera i risultati sportivi e crea un danno economico a chi segue, a chi scommette e a chi sponsorizza lo sport». La storia, però c’insegna che finché la domanda è sostenuta, e lo è, il fenomeno non scompare semmai muta: «Il miraggio di sfondare attraverso una scorciatoia, questa è la molla, ma chi lo fa dimentica che alla fine gli sportivi ricchi sono pochi rispetto alla base. Dove non c’è il motore sportivo c’è quello estetico a muovere milioni di euro per l’acquisto di anabolizzanti, collegati al modello percepito di una forma fisica accettabile».

È un problema educativo, perché la pena, lo dimostra la società in cui viviamo, di per sé non è un deterrente così forte, serve a punire ma non a prevenire: «Io non commento l’entità delle pene o le richieste che vengono da più parti di radiazione dello sportivo, non mi spetta. Una cosa, però, è chiara: per combattere il doping dobbiamo remare tutti dalla stessa parte, dai genitori a chi allena i ragazzi nei vari sport», perché se chi li allena viene da una storia di pratiche illecite continuerà a perpetrare un’incultura sportiva inaccettabile, quindi serve pure un ricambio generazionale nei gangli delle varie discipline. Senza contare che i controlli antidoping durante le manifestazioni sportive hanno scarsa efficacia, visto che è durante gli allenamenti che andrebbero fatti, ecco l’importanza del passaporto biologico, che esiste già nel ciclismo e nell’atletica leggera: «Grazie all’aiuto farmacologico si possono sopportare carichi di lavoro maggiori, inoltre chi studia sostanze dopanti più sofisticate studia anche come poterle eliminare prima di una gara. Il controllo urinario resta quello basico, va ripetuto nel tempo per tracciare un profilo biologico dell’atleta. A volte le finestre per scoprire se uno si è dopato oppure no sono di 8-12 ore dopodiché il metabolita viene espulso e non lascia più traccia».

Renzo Ferrante ha preso parte a decine d’inchieste, tra queste le più famose sono state «Quadrifoglio» (Giro d’Italia 2001), «Oil for Drugs», «Giallo Viola» (sui morti della Fiorentina), «Puerto Connection» (legata alla spagnola «Operacion Puerto»), l’ultima Olimpia nel 2014. Nell’utilizzo di sostanze dopanti, a tutti i livelli, c’è un corto circuito delle dinamiche sociali, aggirare l’ostacolo, prendere scorciatoie per raggiungere la meta, con motivazioni di natura economica e umana. Quello, però, che forse molti ragazzi e genitori non sanno è che se sono testimoni o hanno qualche dubbio possono rivolgersi ai Nas: «Siamo qui per questo», dice il Luogotenente Renzo Ferrante.

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