Lodovini, un record è per sempre

Andrea Lodovini

Se fosse letteratura, sarebbe un misto tra Raymond Chandler e Yukio Mishima. Se fosse politica tra Ernesto Che Guevara e Malcom X. Se fosse un record d’imbattibilità sarebbe Andrea Lodovini da Subbiano, che con i suoi 2.243 minuti è il recordman mondiale, entrato nel Guinness World Record il 24 aprile 1988, dopo che il 6 marzo dello stesso anno aveva superato quello precedente detenuto da Emmerich Tarabocchia con 1.791, ottenuto con il Lecce in serie C nella stagione 1974-75. C’è chi differenzia tra professionisti e dilettanti, ma un record è un record e quello di Lodovini con la Sestese è rimasto impresso nella storia del calcio con caratteri di fango e cuoio.

«Casuale e forse motivo della nostra sconfitta in campionato. Quella Sestese era fortissima, costruita per vincere, ma probabilmente più votata alla difesa che all’attacco, subimmo tredici gol in trenta partite e pareggiamo sedici volte, con una sola sconfitta. Quasi venticinque senza prendere nemmeno un gol, un’autorete, un rigore, un tiro della domenica. Nel calcio pochi ammettono di avere fortuna». Andrea ha l’aria e il carattere di uno dei suoi personaggi letterari preferiti, Philip Marlowe, l’investigatore creato dalla penna di Raymond Chandler: «Un uomo indipendente, impossibile inquadrarlo e controllarlo, ci rimette sempre, soldi e salute, ma è rispettato da tutti. Un perdente di successo, mi rivedo molto in lui».

Andrea Lodovini

Orticaria per tutte le divise, in particolare per quelle degli arbitri, con i quali ha un conto aperto. Oggi che è allenatore del Pratovecchio Stia è squalificato fino al 29 marzo 2017: «Nel referto l’arbitro afferma che lo volevo colpire ma non è vero. Io non sopporto l’arroganza dell’autorità, gliel’ho anche detto a quelli dell’Aiac, non si può dire più niente, nemmeno ai propri giocatori, che ci buttano fuori. Io sono sempre stato quello dei ‘cinque minuti’. Una volta a Poppi mi sono arrabbiato con gli avversari e ho lasciato il campo, mi ha salvato l’allenatore che ha capito la situazione e mi ha sostituito». Alcun filtro, alcuna rete di salvataggio, Andrea Lodovini è così come lo si vede, onesto, duro e crudo come un autogol a tempo scaduto.

Un autogol, come quello che il 24 aprile 1988 lo fece capitolare a Cavriglia, al 33’ della ventinovesima giornata. Tiro di Bonfante deviato dal difensore della Sestese Dreoni e imbattibilità fissata a 2.243 minuti. Era iniziata col Soci alla quarta, a Tegoleto invece superò Tarabocchia tra flash, interviste e spumante. Un’imbattibilità raggiunta tra gli insulti sempre più feroci e pesanti dei tifosi avversari che ancora oggi non si spiega.

Sestese 1987-88

Nonostante il carattere non c’è stato allenatore che abbia fatto a meno di lui, non come capitano, ovviamente, ma come uomo squadra e soprattutto nello spogliatoio, lì dove si costruiscono le vittorie e si ordiscono le sconfitte: «L’affidabilità era il mio forte, bravo nelle uscite, meno tra i pali, mi piaceva giocare con la squadra e me la cavavo con i piedi», un modo per sentire meno la solitudine dei numeri primi e per trovare quella concentrazione e quella freddezza che sono doti fondamentali per un portiere.

Nato a Subbiano il 14 aprile del 1965 ha iniziato a giocare verso i dodici anni, Rassina, Bibbienese, Arezzo, qualche panchina con Angelillo poi un anno di fermo: «Non mi trovarono una squadra dove giocare». Sempre impulsivo, Andrea riparte da Soci, poi la Sestese, terzi nell’88 e record d’imbattibilità, secondi nell’89 e Coppa Italia Dilettanti: «Dal punto di vista personale il record ti definisce, lavorando a contatto con le persone aiuta pure, “sei quello dell’imbattibilità”. Dal punto di vista sportivo la cosa più bella è invece la Coppa Italia, vinta a livello nazionale contro squadre di serie D, non c’è paragone. Una cosa è certa, quegli anni, quando giocavo, sono stati bellissimi, mi sono divertito un sacco».

Andrea Lodovini

Dal suo punto di vista vanta altri due record: «A Chianciano col Poppi, Eccellenza, ho preso gol dopo 4 secondi. A Subbiano, da allenatore, ho vinto il campionato di Promozione e non mi hanno confermato», c’è molto Marlowe in queste parole e nel modo amaramente sarcastico con cui le spilla. Zoff il suo idolo giovanile, anche se caratterialmente sembrava più Zenga. Zeman e Guardiola quelli di oggi: «Ricordo ancora l’avvento di Arrigo Sacchi. Nella storia del calcio c’è un prima e un dopo, come avanti Cristo e dopo Cristo. Prima gli allenatori ci dicevano cosa fare ma gli davamo poco retta, dopo c’è stata più organizzazione. Resta il fatto che il calcio è uno sport che si fa con i piedi, per quanto si possa essere bravi è casuale e per questo tutti possono parlare. Vale quello che ha scritto Umberto Eco nella Fenomenologia di Mike Bongiorno». Sposato, divorziato, risposato, oggi ha una figlia di ventotto anni, dal primo matrimonio, una nipote di due e crede fermamente nella spinta formativa degli sport di squadra: «Posso incontrare un altro calciatore dopo trent’anni, pure un avversario, e siamo subito in sintonia, c’è una confidenza e un’empatia che in altri settori non esiste, un fenomeno che andrebbe studiato dai sociologi».

Guardarsi indietro dai cinquanta, quando, citando Orwell, ogni uomo ha la faccia che si merita, significa rivedere un ruolo che le regole hanno cambiato profondamente e per sempre: «A me le nuove piacciono e sono piaciute da subito, visto che così mi trasformavo nel primo libero della squadra. Cambierei, invece, quella del fuorigioco, cervellotica». Adora il calcio giocato, anche adesso che siede in panchina, «Sono un agonista», il profumo dell’erba, ma conosce pure le storture del sistema: «In questo mondo la sperequazione sociale è diventata regola, nella vita come nello sport. Sfogliando gli almanacchi vedo tantissimi figli d’arte che giocano, incredibile la genetica, oppure siamo al tengo famiglia».

Sestese

Andrea Lodovini è un uomo che attraversa la vita assaporandone fino in fondo ogni gusto, anche i più amari, ed è stato il portiere che ha fatto il record d’imbattibilità che difficilmente sarà superato nei prossimi cento anni di calcio, nel mondo. Qualcosa di casuale ma certamente non banale come la persona che l’ha interpretato, perché parafrasando Marlowe: «Nulla dice sempre come un record».

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