Hopeball, un pallone chiamato speranza

Hopeball

«“Cos’è che fa dell’uomo un uomo?”, si chiese una volta un mio amico. Forse le sue origini? Il modo in cui nasce alla vita? Io non lo credo. Sono le scelte che fa. Non come inizia le cose, ma come decide di finirle». Le scelte fatte da Gian Marco Duina, milanese di ventidue anni, l’hanno portato lontano, lì dove non t’immagini, lì dove si può trovare il centro del mondo e anche di se stessi, in quell’Africa sconosciuta ai più. L’hanno portato fino a Chakama, in Kenya, dove grazie alla Onlus Africa Milele ha fatto nascere la squadra di calcio Crediamoci United, dal nome di un’altra Onlus che opera in Italia e che ha regalato ai ragazzi del villaggio le magliette per giocare.

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Dare una speranza ai ragazzi africani che vivono in villaggi nel mezzo del niente, almeno per noi europei, attraverso il pallone. Questa è la benzina di Gian Marco, questo è il suo progetto che si chiama Hopeball e che dall’Africa potrebbe essere esportato altrove, ovunque ce ne fosse bisogno. Un progetto che s’intreccia con la storia personale di questo giovane milanese e con la sua voglia di fare qualcosa che potesse renderlo veramente orgoglioso.

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Gian Marco era uno sciatore di fondo professionista, così quando s’infortuna dovendo rinunciare ai propri sogni sportivi, appena diplomato come tecnico dei servizi sociali, decide di trasferirsi a Londra, dove si mette in proprio, impara l’inglese, vive e guadagna bene. Ma qualcosa dentro di sé non gira per il verso giusto: «Quando una persona mi ha detto “E a sessant’anni come fai con la pensione?” è come se si fosse accesa dentro di me una luce e mi sono reso conto che il mio focus non era Londra, non era quella solitudine in mezzo a migliaia di coetanei che inseguivano denaro e successo».

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«Quando fai sci di fondo – sottolinea Gian Marco – a ogni tornante non sai se dopo ci sarà una discesa o un’altra salita, l’unico modo per scoprirlo è arrivarci e continuare con lo stesso impegno e la stessa fatica. Questo è ciò che mi ha insegnato lo sport. Poi ho pensato alla disciplina più popolare, quella che puoi praticare ovunque e mi sono messo a scrivere un progetto: Hopeball». L’ha mandato in giro e all’inizio ha trovato la collaborazione di Whanau Onlus, grazie alla quale è andato nello Zambia, a Monze, città di 30.000 abitanti, 180 chilometri a sudovest dalla capitale Lusaka. Inizialmente ha seguito un piccolo progetto sportivo dentro un oratorio, legandosi a questa realtà che poi ha lasciato per portare altrove le proprie idee. Ha conosciuto un ragazzo, «non ci vuole molto a fare amicizia in Africa quando sanno che nel villaggio c’è un bianco che gioca a calcio», e ha fondato le Zesco Stars insieme con Gift: «Voleva formare una squadra e partecipare al campionato locale, ma non aveva i soldi sufficienti: 15 euro per l’iscrizione più 1 a ragazzo, per me non erano niente per loro tanto, così l’ho aiutato».

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Le Zesco Stars nascono da una formazione che esisteva già e mentre scriviamo sono in procinto di affrontare i play off per entrare nel calcio professionistico dello Zambia. Un risultato incredibile che è arrivato grazie all’impegno di Gian Marco Duina: «Loro sono abituati a un calcio molto fisico, 30 contro 30, senza preoccuparsi di farsi male. Ma quando si parla di allenamento, flessioni, addominali, test di Cooper è diverso. Qui avviene la prima scrematura, attraverso la fatica e ponendo e ponendosi degli obiettivi, molto complicato per chi vive in Africa dove si campa alla giornata, dove si arriva a sera per mangiare la propria razione di polenta e domani si vedrà. Un esempio? Alla fine di ogni allenamento facevo la partitella, molti così arrivavano in ritardo solo per giocare, allora ho ribaltato la situazione: partitella all’inizio, poi allenamento. In questo modo erano costretti ad arrivare tutti puntuali, perché se mancava qualcuno la partitella non si poteva fare, responsabilizzandosi verso se stessi, gli altri e il progetto».

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L’Africa non è solo un modo per ritrovare se stessi, o perdersi per sempre, l’Africa è anche quel posto dove lo sport assume un significato che noi abbiamo dimenticato: «A piedi nudi nella polvere a quaranta gradi e vederli esultare come bambini. In quei momenti capisci qual è il vero senso dello sport. Molti sono orfani, senza prospettive, il calcio gli da’ una speranza, qualcosa che riempie le loro giornate, possono diventare calciatori, allenatori, fare in altri villaggi quello che ho fatto io».

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Scaduto il visto Gian Marco è tornato in Italia per poi ripartire con Hopeball dentro la valigia, questa volta grazie alla Onlus Africa Milele, Kenya invece che Zambia, Chakama invece che Monze: «A venti minuti di macchina da un frigorifero o da una farmacia, perché l’Africa è uno schiaffo ai nostri pensieri e ai nostri pregiudizi, dove gente sconosciuta sale su un albero per te e condivide il latte di cocco». Qui il problema più grande è quello del razzismo tribale, farli giocare insieme, abbattere gli steccati con un pallone, ma c’è molto di più: «Non m’interessa salvare il mondo, m’interessa fare cose concrete: un bambino Masai si è ustionato e siamo riusciti a mandarlo all’ospedale di Nairobi con dodici ore di pullman, una ragazzina l’abbiamo fatta operare al cuore a Roma». Molti di quelli che giocano frequentano la Chakama Secondary School, ma vicino agli esami è venuto a galla il problema delle rette, così Gian Marco insieme alla Onlus ha aiutato le famiglie: «Abbiamo pagato il 50% della retta, l’altro 50 spettava ai genitori, anche questo è un modo per responsabilizzarli davanti ai problemi e alle difficoltà. Gli aiuti a macchia di leopardo non servono, tutto deve essere finalizzato a uno scopo preciso».

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Ma allora cosa resta dell’Africa? Forse quel ragazzo con le stampelle che durante l’esperienza dell’oratorio giocava con gli altri senza paura, meritando la loro attenzione e il loro rispetto. E Gian Marco? «Io sto investendo qui i soldi che ho guadagnato a Londra. Quando saranno finiti? Non mi sono posto il problema e non mi chiedere cosa farò tra dieci anni perché non lo so, non ci voglio pensare». E allora «Hakuna matata» Gian Marco e che la speranza non ti lasci mai, con o senza un pallone da calcio a farti compagnia.

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