Il sogno di Lorenzo

Lorenzo Burla

Giocare a pallone, in gran parte del mondo, è un’attività quasi naturale per milioni di bambini, che sognano di farlo ai massimi livelli, sino a conquistare la maglia della Nazionale. Un sogno innocente e potente al tempo stesso, generatore di grandi motivazioni, personali e sportive, bello e immaginifico come un aquilone, rincorrendo il quale si può perdere per sempre la strada o trovare quella giusta, nello sport, nella vita, o in entrambi gli ambiti.

Lorenzo quel sogno ha iniziato a cullarlo a cinque anni, seguendo suo padre allenatore: «Ho iniziato nel settore giovanile del Montefiascone (provincia di Viterbo, ndr), la mia città natale, andando a vedere gli allenamenti». Un amore a prima vista come capita spesso con la palla, l’idea di rincorrerla, di calciarla, di sbatterla nel fondo della rete avversaria, anche se Lorenzo Burla, ventiquattro anni compiuti il 28 aprile, ha sempre giocato centrocampista centrale, davanti alla difesa, come Daniele De Rossi, uno dei suoi idoli giallorossi. Perché nel calcio non si sogna mai da soli, ma insieme ad altri dieci sul campo e insieme con gli idoli che si vuole emulare.

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La trafila è, più o meno, la stessa. Fino ai Giovanissimi col Montefiascone, con la Viterbese fino ai Juniores Nazionali, la Rappresentativa regionale, il diploma al liceo scientifico, l’Eccellenza da titolare, infine la serie D con la Fortis Juventus di Borgo San Lorenzo, Toscana. Insomma, Lorenzo era pronto per spiccare il volo, ma si è rotto il crociato e se il sogno è rimasto intatto la sua carriera calcistica ha iniziato a vacillare. Sei mesi di recupero, la Fortis Juventus che lo utilizza col contagocce, «quando mi serviva giocare per tornare in forma», e il ritorno nel Lazio, prima con la Sorianese poi col Monterosi: «Qui ho conosciuto una ragazza che aveva lavorato come ostetrica in Inghilterra, ma pure altro. Il calcio dilettante italiano soffre una crisi economica senza precedenti e sono successe cose che mi hanno amareggiato, anche se fin da ragazzo avevo capito l’antifona: non siamo tutti uguali, c’è sempre qualcuno più uguale degli altri, peccato».

E così, Lorenzo Burla da Montefiascone, decide di andare in Inghilterra: «Tramite Facebook una persona, che vive là da tanti anni, mi ha spiegato come potevo fare per giocare a calcio. Ho mandato il curriculum, sono andato su con l’ostetrica, ho fatto il provino e sono diventato un giocatore del Billericay Town, Essex, fuori Londra, che milita nella Ryman League, l’Eccellenza inglese». Un’esperienza a trecentosessanta gradi quella di Lorenzo che nel frattempo ha lavorato come bartender in un pub americano, «Londra è molto cara», e fatto un corso di graphic designer.

«Il calcio britannico a quei livelli è molto fisico, si gioca poco a pallone. Botte, corsa e allenamenti minimalisti. La cosa bella invece è che la Premier League è diventata troppo cara per molte persone, così per andare allo stadio, bere una birra in compagnia e passare una giornata all’aperto la gente viene a vedere la squadra sotto casa. Ogni società ha la sua club house dove i tifosi a fine partita vanno a bere e mangiare insieme ai giocatori e agli avversari. Gli impianti sono bellissimi, i campi perfetti e il clima della partita è fantastico». La vita frenetica, il clima e il cibo sono stati invece i repellenti che hanno spinto in qualche modo Lorenzo a tornare: «Nonostante in Italia le cose non vadano bene la qualità della vita è superiore».

Nella valigia un certificato di graphic designer, un inglese quasi perfetto e un’esperienza di vita unica a soli ventidue anni, nonché sportiva, come pochi altri ragazzi italiani hanno avuto il coraggio e la fortuna di affrontare. Adesso Lorenzo è impegnato in uno stage con un’azienda che fa riviste di prodotti medicali e dentistici, in inglese. Ed è tornato a giocare: «Prima con la Polisportiva Monti Cimini, poi col Montefiascone. Il sogno di finire in serie A è sempre lì nel cassetto, a portata di mano, e non ci rinuncio anche se le cose non sono andate come pensavo».

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Pure l’Inghilterra è in quel cassetto, più come un pungolo e un esempio che come un sogno: «Mi manca, mi manca quel clima, ma soprattutto l’idea di calcio, perché lì se fai bene emergi senza tante difficoltà. Un ragazzo della mia età con 17 gol è stato notato e ha firmato un contratto con una squadra di Championship (serie B inglese, ndr). Un po’ quello che è accaduto a Jamie Vardy, che con il Leicester City ha poi vinto la Premier League ed è arrivato ai quarti della Champions. In Italia queste cose accadono solo ad alcuni. Ci sono troppi giocatori stranieri, a partire dalla serie D, mentre in Inghilterra nelle serie minori sono tutti inglesi, così ci sono maggiori possibilità di emergere». Per un po’ Lorenzo si è allenato con il Dulwich Hamlet FC, la realtà dilettante inglese che abbiamo raccontato nello scorso numero. Perché il sogno è lì che pulsa e che non smette di battere, nella testa e nel cuore di Lorenzo, una delle tante storie di giovani calciatori italiani che dalla provincia cercano di farsi largo a suon di fango e tacchetti, cuoio e sudore.

Il ragazzo di Montefiascone non sa ancora che nome avrà il suo futuro, prossimo e lontano. Potrebbe tornare in Inghilterra, potrebbe restare, magari sempre con un pallone incollato al piede e la voglia di faticare, perché come dicono gli anglofoni: «No pain, no gain», volgarmente «Se non soffri non vinci». «Il calcio per me è una passione – conclude Lorenzo –, giocare mi scarica, mi diverte, a prescindere dalla categoria». E questa è, in assoluto, la vittoria più bella.

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