L’ultimo gol di Castellani

lapide Carlo Castellani

I gol per la gloria eterna sono stati 61, i gradini per il martirio 186. Erano quelli della cava del campo di concentramento di Mauthausen, in Austria, tagliati col piccone nell’argilla e nella roccia, tenuti da tondelli di legno, diversi in altezza e larghezza, per fiaccare il fisico, lo spirito e l’anima dei deportati. Lì l’11 agosto 1944 è morto Carlo Castellani, sfiancato dalla dissenteria, dalle umiliazioni, dal degrado umano e anche dall’ostilità dei prigionieri di altre nazionalità. A lui Empoli ha dedicato lo stadio, unico impianto in Italia che porta il nome di una vittima delle barbarie nazifasciste, nella città che Giorgio La Pira definì «capitale morale dell’antifascismo toscano», pensando alle persecuzioni subite negli anni della dittatura e della conseguente guerra.

Era nato il 15 gennaio 1909 a Montelupo Fiorentino, il padre David, socialista turatiano, aveva una segheria e non prese la tessera del fascio dopo l’avvento di Mussolini. All’Empoli ci arriva a diciassette anni, nel 1926, quando ancora non esisteva il girone unico e il calcio italiano è solo all’inizio del professionismo, nato proprio in quell’anno con la Carta di Viareggio. Oggi sarebbe stato definito un crack, perché il club vince il girone A della divisione regionale, viene ammesso alle finali Interregionali e grazie al quarto posto conquistato nel girone G è promosso nel girone Nord della Seconda divisione, che all’epoca era la Terza serie. In quella prima stagione, sotto la guida dell’ungherese Károly Fatter, segna 16 reti in 18 partite. Nel 1928-29 contribuisce a un’altra promozione della squadra toscana con 22 reti in 22 match e contro il San Giorgio Pistoia ne fa addirittura 5 (6 gennaio 1929), record ancora imbattuto per i colori azzurri.

Carlo Castellani

Un predestinato? A quell’epoca la parola non aveva alcun significato per un mestiere che non serviva a pagare le bollette, si narra che grazie all’attività del padre spesso Carlo pagasse le trasferte in treno ai compagni di squadra. Certamente era un attaccante forte e capace che in quattro stagioni mette insieme 77 partite e 49 gol.

Sono questi numeri che attirano l’attenzione del Livorno, facendo di Carlo il primo giocatore dell’Empoli a giocare in serie A, ma le cose cambiano parecchio e Castellani non è più il bomber decisivo dei primi anni, conoscendo la retrocessione in B e terminando tre campionati con gli amaranto con sole tre reti.

Carlo Castellani

La serie A ha inaugurato il girone unico, in Francia si costruisce la linea Maginot, allo scopo di proteggere i confini nordorientali, a Milano è stata inaugurata la Scuola di mistica fascista che deve diffondere i principi politici, etici e filosofici del fascismo, e il fisico austriaco Wolfgang Pauli teorizza l’esistenza del neutrino.

Nel 1933 passa al Viareggio in B, ma la situazione non migliora: una stagione, un gol, 13 match. Torna così alla squadra del cuore per una nuova promozione e ancora qualche rete da segnare. Ma sono stagioni complicate, nel 1935-36 la squadra deve ritirarsi dal campionato perché molti calciatori sono stati richiamati sotto le armi per la guerra d’Etiopia e le conseguenti sanzioni economiche all’Italia da parte della Società delle Nazioni. Ribattezzata nel 1931 come Associazione Sportiva Fascista Empoli riparte come Dopolavoro Empolese (anzi Dopolavoro Interaziendale Italo Gambacciani, dal nome di un fascista sedicenne ucciso nel 1921 negli scontri tra squadristi e milizie rosse), alla fine mette insieme 13 reti (altre fonti dicono 12) in 68 partite. Per moltissimi anni è stato il cannoniere principe dell’Empoli dall’alto dei suoi 61 gol, superato quasi un secolo dopo da Massimo Maccarone e Francesco Tavano.

Carlo Castellani

Nel 1939 il mondo è sull’orlo del baratro, i franchisti hanno vinto in Spagna mentre Roosvelt invia un messaggio a Hitler e Mussolini chiedendo garanzie circa l’integrità territoriale degli Stati europei, seguirà la conferenza di Monaco e l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista l’1 settembre, il 27 dello stesso mese Varsavia cade sotto gli attacchi tedesco-sovietici. Mentre l’Irlanda si dichiara neutrale e proibisce l’uso dei porti alla Gran Bretagna e gli Stati Uniti vendono armi a francesi e inglesi continuando a rimanere fuori dal conflitto.

Lasciato il calcio Carlo Castellani inizia una vita normale, con la moglie, Irma Marradi, e i figli Carla e Franco, normale per un’Italia che di lì a poco sarebbe entrata in guerra.

Stadio Carlo Castellani

Nel 1944 le colline della Valdelsa avevano registrato i primi episodi di resistenza armata e per il 3 marzo di quell’anno il CLN indisse lo sciopero generale per legare la classe operaia al movimento resistenziale, sciopero che nell’empolese fu rinviato di un giorno. Adolf Hitler ordinò di rastrellare il 20% degli scioperanti per deportarli nei campi di concentramento. I fascisti stilarono le liste e nella notte tra il 7 e l’8 marzo presero Carlo e altri 110 empolesi. Casa per casa, molti furono rassicurati sull’immediato rilascio e alcuno oppose resistenza all’arresto. Era quasi l’alba e alla lista mancava solo il socialista David Castellani che era malato, così Carlo (come raccontato dal figlio Franco) si offrì di andare al posto suo, tranquillizzato anche dalla vista di un vecchio amico tra i fascisti. Furono portati direttamente a Firenze e qualcuno suggerì di scappare, Carlo, veloce e atletico, forse ce l’avrebbe fatta, ma con tutti gli altri raggiunse il binario numero 6 di Santa Maria Novella per salire sui convogli piombati e partire per Mauthausen.

Castellani muore a Gusen I, lager satellite di Mauthausen, l’11 agosto 1944 e oggi una targa all’ingresso degli spogliatoi rende omaggio alla sua memoria. L’Empoli ne ha poi depositata un’altra nel campo di concentramento austriaco, per quello che per quasi un secolo è stato il miglior giocatore della storia azzurra. «Considerate se questo è un uomo / Che lavora nel fango / Che non conosce pace / Che lotta per mezzo pane / Che muore per un sì o per un no». Carlo Castellani lo era stato, un uomo e un calciatore del suo tempo, attraversando e condividendo il destino di milioni di persone, senza poterlo raccontare.

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