La zampata rosa di Coppino

Franco Chioccioli

«Non mi dava fastidio essere chiamato Coppino, ma l’idea che paragonandomi al Campionissimo si aspettassero le stesse gesta in bicicletta. La somiglianza c’era, anche nel pedalare, ma da giovane pensavo solo a essere me stesso», Franco Chioccioli, nato a Castelfranco di Sopra (Arezzo) il 25 agosto 1959 e vincitore del settantaquattresimo Giro d’Italia.

Secondo alcuni non è stato abbastanza divo, secondo altri è stato troppo riservato, dote che Chioccioli conferma, però al contrario di quanto è stato scritto la sorte l’ha stravolta vincendo, anzi dominando, il Giro, vestendo la maglia rosa in diciannove delle ventuno tappe e arrivando primo sull’Aprica, sul Pordoi e nella crono individuale Broni-Casteggio, prima della passerella sulle vie di Milano il 16 giugno 1991.

Franco Chioccioli

È un anno difficile il ’91, dalla guerra in Iraq al tentato golpe in Urss dove l’11 giugno 105 milioni di russi hanno eletto presidente Boris Eltsin, leader non comunista. L’Italia e il mondo sembrano esplodere. Migliaia di albanesi cercano d’imbarcarsi per il Bel Paese, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga si scontra con quello della Corte Costituzionale accusato di avere criticato il progetto di repubblica presidenziale. Il 9 giugno gli italiani dicono Sì alla nuova legge elettorale, siamo alla vigilia di Tangentopoli, vengono confermate le condanne per il processo Calabresi e i killer della Uno bianca sono ancora a piede libero. Mentre in Jugoslavia scoppia la guerra civile.

Nello sport è l’anno delle sorprese. La Sampdoria di Vujadin Boskov vince il suo primo e, ancora adesso, unico scudetto con la coppia d’attacco Vialli-Mancini, l’Inter conquista la Coppa Uefa. Il lunghista statunitense Mike Powell, dopo ventitré anni, cancella il primato di Bob Beamon saltando 8,95 metri. Il 25 agosto a Stoccarda Gianni Bugno vince il titolo mondiale e si ripeterà dodici mesi dopo a Benidorm.

Franco Chioccioli

Franco Chioccioli il Giro d’Italia avrebbe potuto vincerlo già nel 1988, dopo avere preso la maglia rosa a Podenzana nella Novara-Selvino. Ma due giorni dopo la Chiesa in Valmalenco-Bormio diventa da tregenda, il freddo e la neve sul Gavia fanno la differenza, Franco si deve fermare per un principio di congelamento e perde molti minuti: «Hampsten ha vinto con onore quel Giro, ma gli organizzatori avrebbero potuto sospendere la tappa dato che in altre, con meno tormente e difficoltà, lo avevano fatto. Credo che quella volta ci sia stata leggerezza da parte loro, ma tutto sommato il ciclismo è questo e non si può cambiare». Non c’è malinconia nelle parole di Chioccioli e tanto meno rancore, solo realismo di chi sa cos’è lo sport sulle due ruote e lo ha attraversato con grande dignità e professionalità. La stessa con la quale oggi guida da direttore sportivo e team manager la squadra dilettantistica Futura Team Rosini.

Diventato professionista nel 1982 fu ingaggiato dalla Selle Italia con la quale corse il Giro dell’Appennino, quello dell’Etna e d’Italia. Nell’83 vince la maglia bianca di miglior giovane della corsa rosa. Scalatore, bravo nelle cronometro, Franco Chioccioli ha vinto la Coppa Agostoni, il Giro del Trentino, quello del Friuli, una tappa del Giro di Svizzera e la Coppa Sabatini. Anche se una delle vittorie che ricorda con maggiore piacere è quella al Tour de France nel 1992, la Bourg-d’Oisans-Saint-Etienne: «In Francia non correvo per vincere la corsa. Ho partecipato solo due volte e arrivare primo in una tappa ha rappresentato per me una grande soddisfazione».

Al Giro d’Italia del 1991 ci arriva da capitano della Del Tongo, squadra aretina divenuta famosa con Giuseppe Saronni, che l’aveva preso nell’88. La maglia rosa la veste in Sardegna, a Sassari, con Bugno vincitore di tappa. La perde a Sorrento e la riconquista a Scanno per non lasciarla mai più. Quando tutti si aspettano che Chioccioli difenda, sulle grandi montagne, lui attacca sorprendendo chi non lo conosceva bene, vincendo sull’Aprica e sul Pordoi, appunto, infiammando i tifosi e staccando, pure psicologicamente, gli avversari. C’era chi attaccava per attaccare, come Claudio Chiappucci, il favorito di quel Giro, chi per lo spettacolo, Chioccioli attaccò per vincere il Giro d’Italia, la corsa che gli mancava e per curare una ferita che dentro ancora bruciava: «Ogni ciclista ha le sue caratteristiche e ognuno vince in modo diverso. A Indurain non serviva attaccare, io l’ho fatto pensando di conquistare la corsa non la tappa».

Franco Chioccioli

«Per vincere una corsa a tappe devi essere a posto fisicamente – sottolinea Chioccioli – e mentalmente, ci deve essere dentro di te un grande equilibrio, tra tutte le forze, solo così si ottengono certi risultati. Sicuramente la mia vittoria più importante, dopo dieci anni di professionismo. Ho puntato tutta la mia carriera sul Giro d’Italia e dopo piazzamenti e sacrifici sono riuscito a vincerlo». Ha 32 anni Franco e anche in questo la critica non trova pace, confondendo l’età con la maturità quella che l’ha portato a mettere in fila tutte le qualità che ha sempre avuto e stravincere la corsa alla quale è stato sempre legato.

Oggi è un imprenditore agrituristico nella sua terra e guarda al ciclismo con tristezza, non per quello che è stato o non è stato, ma per ciò che è diventato questo sport: «Non capisco cosa voglia ottenere la federazione con il limite dei 23 anni per i dilettanti, così si ammazza il ciclismo».

Franco Chioccioli

Franco Chioccioli è un tipo riservato che ha avuto un ottimo rapporto con quei giornalisti che non hanno travisato le sue parole e che ha molte cose da dire, non solo sulla sua storia di ciclista, terminata da professionista nel 1994 alla Mercatone Uno, ma sullo sport che l’ha reso famoso, più di quella somiglianza. Difficile comprendere la mania di chi affibbia soprannomi e cerca insistentemente paragoni con i campioni del passato, non si capisce dove finisca la stima per quello presente e dove la cattiveria nel vederlo fallire per poter dire che… non è mica poi così forte come si pensava.

Chioccioli ha scalato le montagne dentro e fuori di sé per dimostrare a tutti che era un fuoriclasse, uno scalatore, che piegato su quella bicicletta poteva somigliare a Coppi, ma che voleva essere solamente se stesso: con le braccia al cielo, la maglia rosa addosso e quel sorriso di chi ce l’ha fatta quando tutti pensavano il contrario.

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