Ibrahimovic si è fermato a Poppi

Porta un cognome importante Damir e una storia da raccontare, lui che è nato a Doboj, in Bosnia Erzegovina, oggi sotto la Repubblica Serba, una città di poco più di settantasette mila abitanti dove se sei musulmano fatichi a trovare lavoro, figurarsi un sogno. La madre morta di cancro gli ha lasciato in eredità uno sguardo triste e fiero, ma l’amore di Maida gli ha ridato speranza e la voglio di sognare ancora, anche se lei tifa per la Juventus e lui per l’Inter. Ibrahimovic come Zlatan, che è cresciuto nel quartiere Rosengard di Malmö: «Sono orgoglioso di portare lo stesso cognome, per me non è un peso» e poi chi vuoi che vada a prenderlo in giro, quando ti guarda dal suo metro e novanta Damir è ipnotico come Zamora, portiere della Spagna anni Trenta. Già, perché Damir Ibrahimovic è attualmente il numero 1 del Poppi, Prima categoria toscana, ingaggiato dal presidente, Marco Vezzosi, e dal direttore sportivo, Massimiliano Cenni, per la stagione che sta per cominciare.

Nato il 4 dicembre ’88, ha iniziato a tirare calci a un pallone in Slovenia, dove la famiglia si era trasferita per la guerra e dove suo padre lavorava (e lavora) per un’azienda che fabbrica gomme per automobili (Sava). Un amore sconfinato quello per il fudbal e per Iker Casillas, il suo idolo, che l’ha portato nelle file del Klokotnica, squadra bosniaca che milita nel campionato di serie B.

In Casentino c’è arrivato seguendo il cuore. Maida vive a Bibbiena con la famiglia da sedici anni, il padre lavorava per la Mabo, oggi fallita e lui in cassintegrazione, lei accudisce una ragazza down ma cerca un mestiere migliore. A Doboj, dov’è nata, andava ogni estate fino a che ha conosciuto Damir e dopo tre anni di fidanzamento si sono sposati, il 17 agosto sarà il primo anniversario.

A Natale sono tornati in Italia e, grazie ad alcuni amici del suocero, Damir si è allenato col Soci, dove hanno scoperto un portiere di grandi qualità fisiche e caratteriali. Bravo, serio, amante del lavoro in allenamento e molto coraggioso nelle uscite, l’uno contro uno è forse la sua qualità più spiccata. Al Poppi mancava un numero 1 e così tanto hanno fatto da ingaggiarlo. Lì, sotto il castello, il calcio è ripartito sette anni fa dopo che la crisi sembrava averlo cancellato per sempre. Terza categoria, promozione, cinque anni in Seconda, poi il ripescaggio per meriti sportivi, nello stesso campo in cui una volta si puntava a traguardi più ambiziosi.

Tifosissimo dell’Arsenal, con alcuni amici è riuscito a farsi regalare i biglietti dal club per vedere all’Allianz Arena l’1-1 del ritorno degli ottavi di finale di Champions l’11 marzo 2014. La prima parola italiana che ha imparato è «calcio», ma è arrivato con visto turistico e in questi giorni è impegnato per ottenere il ricongiungimento familiare, mentre Maida ha richiesto la cittadinanza italiana; se tutto andrà per il meglio dovranno sposarsi civilmente in comune, a Bibbiena. A Doboj ha lavorato in una fabbrica con turni di 12 ore consecutive, qui spera in una vita diversa e non vede l’ora di scendere in campo tanto che ha chiesto di potersi allenare anche sotto Ferragosto. Intanto l’allenatore, Vinicio Dini, a nome di tutta la squadra, gli ha scritto un biglietto di benvenuto in bosniaco, usando Google Translate. Un gesto che Damir ha apprezzato molto, pubblicandolo sul proprio profilo Facebook.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

* Codice di controllo: prima di inviare i dati inserisci il valore corretto nella casellina sottostante: