Il professore del fair play

Paolo Ciabattini

La nonna Tosca di Firenze, il nonno Paolo di Santa Croce sull’Arno, entrambi tifosi della Fiorentina non sono bastati per contagiarlo, ma le radici di Paolo Ciabattini sono qui. Toscano d’elezione è nato a Milano l’1 marzo 1965 con una passione naturale per i numeri, sin dalle elementari. La prima partita? Juventus-Fiorentina, finale di un torneo giovanile che si giocò nel capoluogo meneghino: «Vinsero i viola ai rigori e ricordo che in porta c’era Mattolini». Massimo vinse la Coppa Italia e la Coppa di Lega Italo-Inglese nel 1975, terminando la carriera a Catania nel 1987.

Laureato alla Bocconi in Economia e commercio, ha lavorato per Ernst & Young, network mondiale di servizi professionali di revisione e organizzazione contabile, fiscalità, transaction e advisory, poi è passato a Pioneer dove ha ricoperto vari ruoli, da direttore operativo a finanziario, a direttore del personale. Oggi è consulente Uefa per il benchmarking, che significa parametrare le performance di un’azienda o di una divisione rispetto a quella di altre aziende o altre divisioni, prese come punti di riferimento, in questo caso le squadre di calcio europee.

«Non sono mai riuscito ad apprezzare un club solo per i risultati sportivi, la mia natura mi portava a considerare anche quelli economici e ad ammirare quelle società che riuscivano a coniugare i primi con i secondi, o meglio i secondi con i primi», per questo ha scritto un libro di grande successo «Vincere con il fair play finanziario» (Il Sole 24 Ore Libri): «Quando Michel Platini l’ha istituito (entrando in vigore nel 2011, ndr) sono rimasto colpito perché erano gli stessi concetti che personalmente portavo avanti da tanti anni, non sono mai stato capace a separare l’impatto tecnico e sportivo di un calciatore da quello economico, così quando l’Uefa ha normato l’idea che si dovesse raggiungere il pareggio di bilancio grazie alle risorse che una società è capace di generare da sola un mio amico mi ha dato l’idea di scrivere questo libro», frutto di trentacinque notti milanesi insonni durante un’estate molto calda. Il primo sull’argomento in Europa che ha avuto un notevole impatto sul tema, tanto che l’Uefa se n’è ricordata e l’ha ingaggiato come consulente.

«Ciò che apprezzo di più del fair play finanziario è evitare che alle differenze esistenti per fatturato, bacini, importanza del brand e vittorie conseguite nei primi cento anni di storia del calcio vi si aggiungessero anche quelle dovute agli interventi dei mecenati. Squadre come l’Inter, ad esempio, a un fatturato di 200 milioni di euro aggiungevano perdite di bilancio che rappresentavano più del quadruplo dei costi della Fiorentina e questo non lo trovavo giusto».

«Se da una parte – spiega Ciabattini – il FFP (Financial Fair Play, ndr) ha ridotto questo gap però impedisce di colmarne altri. Oggi ci sono club con fatturati intorno ai 600 milioni, come Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco e Manchester United, subito dietro Chelsea, Juventus, Manchester City e Psg che non potranno mai raggiungerli senza realizzare perdite di bilancio attualmente impedite dal FFP». E la Fiorentina? «Secondo il mio parere fa miracoli competendo con squadre che hanno il doppio del suo fatturato, Inter e Roma, più del doppio, Milan, e più del triplo, Juventus. L’undici titolare della Viola è costato meno di Dybala, non posso che fare i complimenti alla dirigenza. Capisco l’umore dei tifosi alla luce degli ultimi risultati, ma la Fiorentina, ancora in lotta per lo scudetto e in corsa per l’Europa League, rappresenta la migliore sintesi tra qualità e costi, mostrando per alcuni mesi il calcio più bello della serie A».

Poi ci sarebbe la questione stadio di proprietà che a Firenze, da molti punti di vista, è un argomento più che mai spinoso: «Il Franchi ha una capienza poco superiore ai 46.000 spettatori, uno stadio nuovo potrebbe rimanere anche sui 40.000 o confermare quelli attuali e portare nelle casse della Fiorentina circa 10-15 milioni l’anno, raddoppiando il fatturato alla voce match day. Bisogna, però, dire che un nuovo impianto costerebbe intorno ai 150 milioni di euro, recuperabili in dodici, tredici, anni, un impegno economico non trascurabile. Per l’attaccamento alla squadra i fiorentini lo meriterebbero, inoltre rappresenterebbe la casa del club in un Paese dove oltre il 50% dei ricavi è alla voce diritti televisivi». È abbastanza chiaro che per riuscire a recuperare la spesa più velocemente ci vorrebbe pure la cittadella intorno con negozi e alberghi, altrimenti la proprietà si potrebbe rifare dei soldi spesi solo in caso di vendita del club.

Per i tifosi di calcio, della Fiorentina in particolare, è un po’ come leggere «La solitudine dei numeri primi», difficile capire l’importanza del bilancio quando si siede in curva o in altri settori dell’Artemio Franchi e si canta a squarciagola l’amore per la propria squadra e la propria città, ma al tempo stesso è improbabile pensare che il calcio possa fare un passo indietro: «Il business nel football – conferma Paolo Ciabattini – è una tendenza impossibile da arrestare. Il fatturato delle squadre europee aumenta sempre di più, trainato dai diritti televisivi, raddoppiati addirittura quelli della Premier League. Senza dimenticare che il FFP ha ridotto le perdite del calcio continentale da un miliardo e settecento milioni di euro a poco più dei 400 di adesso».

Nel frattempo stanno prendendo piede anche i trust dei tifosi, seppur nelle categorie minori: «In Lega Pro e in serie D credo sia fattibile, di sicuro un board allargato non avrebbe gli isterismi del mecenate che prende decisioni sull’onda dell’emozione, ci sarebbero risoluzioni più collegiali. Importante è mettere figure professionali adeguate nei posti giusti».

«Cos’è mancato al calcio italiano in questi ultimi anni? Una governance preparata, sia a livello istituzionale che di club. Non è stato valorizzato come si doveva il prodotto serie A, non si sono costruiti stadi di proprietà quando c’erano i soldi per farli e ci siamo adagiati sui diritti televisivi». Nel frattempo ci sono molte cassandre che prevedono la fine del FFP, ma sta funzionando? «A giudicare dalla diminuzione delle perdite di bilancio dei club di massima divisione delle 54 leghe europee direi proprio di sì». Mentre Firenze e la Fiorentina sognano un presente e un futuro da protagonisti nel calcio italiano e continentale: «Nel 2015 dovrà realizzare un utile di almeno 6 milioni per pareggiare la perdita aggregata del biennio precedente e rimanere così all’interno della perdita massima di 30 milioni, consentita dalla normativa del FFP in riferimento al triennio 2013-15. E poi c’è quel Bernardeschi che è molto forte e ha già richieste importanti. La società è stata molto brava in questi anni con le plusvalenze». Firenze lo sa, aspetta e spera.

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